È ancora possibile parlar bene della scuola? Qualcuno pensa di sì

Dopo aver letto l’ennesimo appello di insegnanti e intellettuali sulla scuola italiana non riesco a togliermi dalla mente l’idea che, in fondo in fondo, al di là dell’evidente volontà controriformista che accomuna le iniziative di questo genere, tutte volte a restaurare pratiche e consuetudini di un passato ormai reso mitico a forza di storielle, il vero problema del discorso sulla scuola consista proprio nella sua sostanziale negatività.

La scuola, per gli insegnanti e gli intellettuali italiani, è un luogo sostanzialmente sbagliato, malfunzionante e brutto, la cui situazione sarebbe “preoccupante” (Appello per la scuola pubblica), il cui senso sembra progressivamente svuotarsi di significato esattamente a partire dall’entrata in vigore dell’ultima riforma – alla fine degli anni ’90 era quella dell’autonomia, negli anni zero era la revisione delle indicazioni nazionali, poi l’alternanza scuola-lavoro ecc., temo all’infinito – la cui abolizione sembra l’unica cura possibile. 

Credo che sia doveroso provare a cambiare punto di vista, tirandosi fuori da questa logica e da questa prassi, che contribuiscono ad alimentare la quasi quotidiana narrazione tossica della scuola alimentata dai quotidiani nazionali e dai loro siti internet. La scuola può essere messa sotto osservazione anche per trovare al suo interno quelle pratiche e consuetudini che funzionano e producono risultati positivi: si tratta solo di farlo in maniera seria, a partire dal presupposto che le istituzioni scolastiche sono delle comunità professionali complesse e diversificate, la cui conoscenza approfondita richiede strumenti di ricerca adeguati, tempo, risorse e un atteggiamento per quanto possibile libero da pregiudizi e da condizionamenti. 

Insomma: è ora di smetterla di rendersi ridicoli agli occhi degli studiosi e dei ricercatori che ancora hanno fiducia nel metodo scientifico e nell’argomentazione andando in giro a dire che il liceo classico è il miglior modello didattico dell’“occidente” (Nicola Gardini su «Il sole 24 ore») o che gli studenti italiani sono tanto apprezzati all’estero, ed è venuto semmai il momento di rimboccarsi le maniche e di entrare nelle scuole con l’intento di conoscere il loro funzionamento, andando alla ricerca di ciò che è efficace, di ciò che determina un piano di studi in grado di modificare il destino degli studenti indipendentemente dal contesto socio-economico di provenienza, dei comportamenti e delle strategie che danno loro le risorse necessarie a compiere scelte consapevoli per il proprio benessere. Perché se davvero condividiamo, noi democratici, che lo scopo della scuola è garantire “il pieno sviluppo della persona umana”, allora dobbiamo domandarci – ogni giorno e non solo in campagna elettorale o per reazione a ogni riforma che non ci piace – cos’è che davvero contribuisce a quel risultato.

L’americano Doug Lemov, autore di uno dei più importanti manuali di pratica professionale che siano mai stati scritti sull’istruzione pubblica dai 6 ai 18 anni, ha scritto che «Uno dei benefici maggiori di un approccio basato sui dati è che esso genera la sua conoscenza a partire dagli insegnanti: è il processo che mostra agli insegnanti la migliore immagine di sé stessi». Ripartire dai dati, ovvero dalla conoscenza diretta degli effetti delle pratiche di insegnamento sugli apprendimenti, è una risorsa per migliorare il successo dell’insegnamento stesso (questa è la tesi alla base di Teach Like a Champion, il libro più noto di Lemov, ora tradotto in italiano  da Alessandra Nesti per i “Quaderni della Ricerca” dell’editore Loescher), ma è anche un modo per cominciare a parlare bene della scuola, rivelando la migliore immagine degli insegnanti, rappresentati ovviamente non come dei missionari che stanno portando avanti la loro vocazione a dispetto di tutto e di tutti (dei tagli, veri, della difficoltà ad aggiornarsi, dei rapporti con i genitori, degli studenti “che non sanno l’italiano”, delle riforme, del destino cinico e baro) ma come dei dipendenti statali che sono degli artigiani, artigiani che grazie alle loro tecniche riescono, in collaborazione e mutuo scambio con i loro colleghi, a conseguire dei risultati importanti sull’apprendimento delle persone, a fare la differenza nelle loro vite.  

Lontano dalle dinamiche riformiste e controriformiste italiane, ma non per questo immune dai problemi educativi della società contemporanea, che negli Stati Uniti sembrano incombere in misura maggiore sui sistemi educativi, Doug Lemov lavora all’interno di una rete di charter schools nate nelle zone urbane degli stati della costa orientale con lo scopo dichiarato di garantire il successo scolastico ai bambini e ai ragazzi provenienti da famiglie a basso reddito. Da cosa si vede, si è domandato Lemov all’inizio della sua ricerca, se l’insegnamento è efficace? Innanzitutto, dalla quantità di alunni che riesce a portare fino alla fine del percorso previsto (nel caso americano, dai 6 fino ai 18 anni) e poi fino all’università (il college). Un altro indicatore della qualità degli apprendimenti sono i test nazionali – le nostre famigerate prove Invalsi dovrebbero avere questo scopo – ma anche il superamento o meno delle prove di ingresso all’università prescelta, e poi l’eventuale riuscita degli studi, fino all’ingresso nel mondo del lavoro. Tutto questo, ovviamente, qualunque siano le condizioni di partenza (reddito e titolo di studio dei genitori, situazione familiare, quartiere di provenienza…). Una volta stabiliti i criteri per valutare il successo, è possibile procedere alla ricerca degli insegnanti più efficaci – quelli che Lemov chiama i “campioni”, considerati i migliori in virtù della loro capacità di incidere sugli apprendimenti dei loro studenti – e, quindi, all’individuazione e all’interpretazione delle loro pratiche, per andare alla scoperta di cosa renda le loro azioni didattiche così incisive.

Il libro che ho tra le mani, che traduce la seconda edizione originale, riveduta e ampliata, del 2015 (già tradotta in cinese, giapponese, portoghese e spagnolo), mi colpisce soprattutto perché arriva da un mondo apparentemente vicinissimo – le situazioni e i problemi sembrano proprio quelli che viviamo quotidianamente in Italia – e tuttavia ha qualcosa di alieno alla nostra cultura dominante, che vede la scuola come un errore da correggere o, al polo opposto, come un’area protetta popolata da eletti o da martiri che agiscono contro tutti e tutto. Quando leggo queste “62 tecniche per un insegnamento di successo”, che già sto cercando di applicare in parte e dalle quali sto imparando moltissimo – soprattutto per capire cosa non fare e cosa non dire durante le mie lezioni – penso che davvero potrebbero risultare incomprensibili a coloro che sono abituati a un dibattito ideologico, astratto e sostanzialmente poco interessato a un miglioramento rapido della qualità dell’insegnamento. D’altronde, è sufficiente pensare a cosa è diventata la formazione in questi ultimi anni. Per imparare qualcosa l’insegnante (ma si potrebbe dire il lavoratore in generale) deve smettere temporaneamente di lavorare per recarsi in un’aula (in questo caso, spesso la medesima in cui lavora), firmare un registro, sedersi al banco e ascoltare il più o meno capace docente di turno – so di cosa parlo, faccio anche questo di mestiere – senza che sia previsto un qualsiasi riconoscimento delle competenze acquisite durante l’attività lavorativa, senza che siano contemplati, come formazione, il lavoro in compresenza, l’affiancamento e la condivisione delle tecniche e degli strumenti didattici. 

Perché a lavoro non si impara, pensano in molti, e infatti uno dei nostri principali problemi, come dimostra il dibattito sull’alternanza scuola-lavoro, consiste proprio nella difficoltà ad accettare che il lavoro sia un ambiente di apprendimento. Forse per questo non parliamo mai, in sala insegnanti, di come insegniamo, di quel che riusciamo a fare con i nostri ferri del mestiere, mentre ci capita di parlar male dei nostri studenti e dei colleghi, e di firmare appelli che, in fondo in fondo, altro non fanno che confermare – in modo autoconsolatorio – quanto sia difficile e addirittura impossibile istruire qualcuno con così pochi soldi, con così poco tempo, con edifici così brutti e con famiglie così disastrate a disposizione. 

Ma se facciamo finta di crederci, almeno per un po’ – e la lettura di Teach Like a Champion, o anche semplicemente un giro sul sito  del progetto, possono essere d’aiuto e d’incoraggiamento – e cominciamo a guardarci intorno con curiosità, a chiedere informazioni, a leggere i dati forniti da Scuola in chiaro, i Rav delle scuole, i dati Invalsi non per trovare conferma alle nostre convinzioni ma per capire chi sono e dove lavorano gli insegnanti che funzionano – magari non in assoluto e non in tutti i campi –, quelli dai quali si può imparare qualcosa, è sufficiente avere l’intelligenza di chiedere: ma come fai? come fate a raggiungere questi risultati nonostante le premesse e il contesto in cui lavorate? Quali sono i vostri trucchi, le tecniche, gli accorgimenti che vi consentono di ottenere il massimo dai vostri studenti?

In fondo, è tutta una questione di ascolto. Un ascolto che potrebbe orientare il linguaggio e aiutarci – sulla scia di Lemov – a parlar bene della scuola, ovvero degli insegnanti e dei loro effetti benefici sugli studenti. Non solo sarebbe un buon punto di partenza per chi, oggi, ha bisogno soprattutto di ritrovare un senso al suo lavoro di insegnante, ma anche per tutti coloro che, lavorando nel settore della comunicazione, hanno bisogno di parole per raccontare la scuola e forse cominciano anche loro ad essere stanchi di questo clima opprimente, chiuso, privo di prospettive e di speranza.

2 pensieri su “È ancora possibile parlar bene della scuola? Qualcuno pensa di sì”

  1. anche io condivido pienamente e credo che dobbiamo tornare a dire le cose come stanno senza aver paura di offendere qualcuno. La sincerità e l’onestà di ammettere ciò che funziona da ciò che non lo fa è l’unica arma che abbiamo per riprenderci dall’abbrutimento

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