Le competenze dell’italiano (ovvero della letteratura a scuola e della formazione degli insegnanti presenti e futuri)

Non riesco ad abituarmi. Svegliarsi in un grande albergo rivestito di moquette è un’esperienza sempre spiacevole. Vuol dire “convegno”, “congresso”, “ministero”… Vuol dire: riusciremo un giorno a trovare metodi e luoghi migliori per ragionare insieme? In attesa di tempi migliori, sono qui ad ascoltare i colleghi del progetto COMPITA. Si parla di insegnamento letterario a scuola e all’università. Si dicono cose interessanti, alcune utili, altre meno. Si insiste sull’esigenza di insegnare la didattica della letteratura italiana. Giusto. Ci si preoccupa delle sorti magnifiche e progressive della letteratura. E questo è meno giusto, perché ci dovremmo preoccupare delle sorti dei bambini e dei ragazzi, soprattutto.
“Sono fermamente convinto – ho scritto un paio di anni fa – che sia più significativo ed efficace lavorare al fine di consolidare la consapevolezza pedagogica dei docenti circa gli strumenti utilizzati e, quindi, introdurre nuovi strumenti, esercizi, attività didattiche, piuttosto che discutere sull’opportunità o meno di studiare un autore, un’opera o un tema piuttosto che un altro” (S. Giusti, Letteratura e competenze: una questione didattica, in Per una letteratura delle competenze, a cura di N. Tonelli, Loescher, Torino 2013, pp. 84-95). La salvezza della letteratura passa attraverso i bambini e i ragazzi che si salveranno grazie alla lettura e alla scrittura.

Grosseto, Kansas City (periferia)

Le piccole città sono posti bastardi, meticci, fondati sulla contaminazione di architetture, di paesaggi urbani, di lingue e di persone. Il posto in cui vivo, Grosseto, al centro di un territorio denominato Maremma, la cui densità abitativa (48 abitanti per chilometro quadrato) è pari alla media mondiale, è una città che – ha scritto Mauro Roghi negli anni Settanta – non ha mai scherzato coi suoi abitanti. Per Carlo Cassola e Luciano Bianciardi – che ha reso famosa la metafora – era Kansas City, la città “aperta ai venti e ai forestieri”. Ma per quest’ultimo poi divenne una città terribilmente seria e triste, come ancora oggi appare.
Per viverci meglio ho provato a raccontarla così.

Dall’Inferno a Kansas City #1
Dall’Inferno a Kansas City #2