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Smartphone a scuola?

“Lo smartphone esercita una grande influenza – non necessariamente positiva – sugli alunni, e anche sugli stessi insegnanti, i quali, come tutti i lavoratori, sono costretti a fare i conti con il problema della connessione permanente, della reperibilità e, ovviamente, della gestione del tempo. Tutti, bambini, adolescenti e adulti, siamo continuamente sollecitati a essere collegati alla rete, connessi alle nostre reti di “amicizie” virtuali. Ciascuno di noi vive una vita moltiplicata: siamo qui e ora, seduti a tavola con i nostri familiari, e siamo anche altrove, pronti a ricevere una nuova notifica e a essere proiettati in uno spazio virtuale. E siamo bombardati da notizie e da storie con cui dobbiamo fare i conti quasi in tempo reale, senza però avere occasione di approfondire, di studiare, di dialogare. Condivido dunque le preoccupazioni, certo, e per questo ritengo fondamentale educare all’uso dello smartphone a scuola. E dove, sennò? La scuola è il solo spazio protetto in cui gli studenti possono fare esperienze educative e riflettere su sé stessi e sul mondo.”

È lo stralcio di un dialogo con Marco Gui e con la redazione della Ricerca sullo smartphone a scuola, sulla sicurezza, sul benessere e sull’uso consapevole dei media. Dall’ultimo numero di “La ricerca” di Loescher editore, dedicato a Come orientarsi tra le informazioni sul web.

Una compagna di strada

Docente di Storia contemporanea all’Università Roma Tre, autrice di documentari per Rai Tre (tra cui uno, recentissimo, su don Milani), Vanessa Roghi si è occupata già in passato della storia attraverso il punto di vista del ruolo e dell’attività degli intellettuali, di preti e donne in particolare, come dimostra l’edizione delle lettere di don Giuseppe De Luca e Romana Guarnieri (Tra le stelle e il profondo – carteggio 1938-1945, a cura di Vanessa Roghi, Morcelliana, Brescia 2010). 
Tuttavia, non bisogna pensare che questo suo libro, appena pubblicato da Laterza, vada relegato nello scaffale dei volumi di storia del Novecento, né che interessi soprattutto o esclusivamente gli storici di mestiere. Il libro di Roghi, diciamolo chiaramente fin dal principio, è innanzitutto un libro sul 2017, l’anno della scomparsa di Tullio De Mauro, del cinquantesimo anniversario della pubblicazione di Lettera a una professoressa, dell’ascesa a Barbiana di papa Francesco, ma anche l’anno delle polemiche sul declino della lingua, della riforma dell’esame di Stato alla fine del primo ciclo e dell’introduzione della certificazione delle competenze. 

La recensione a “La lettera sovversiva – Da don Milani a De Mauro, il potere delle parole” (Laterza 2017) continua su La Ricerca.

Un curricolo di letteratura per competenze

Il nuovo nemico della scuola è l’alternanza scuola lavoro. Proprio in questi giorni l’alternanza sembra che abbia conquistato, nell’immaginario scolastico, la posizione che è stata delle “competenze” e, prima ancora, dell’autonomia. Difficile rispondere puntualmente a critiche spesso generiche o, peggio, personalissime, fondate cioè su esperienze singolari, spesso negative, quelle che più colpiscono i detrattori della scuola, nostalgici di un tempo passato che per definizione è migliore del presente e del futuro.

Io ritengo sia necessario, a questo punto, evitare semplificazioni. Occorre ricominciare – sull’esempio del libro La lettera sovversiva di Vanessa Roghi (Laterza 2017) – dallo studio genealogico delle idee e del contesto in cui sono nate e cresciute. Intanto, in attesa dei risultati di un percorso di studio che richiederà alcuni mesi di lavoro, decido di rimettere in circolazione un breve saggio di presentazione di un curricolo di lingua e di letteratura italiana per una classe quinta di un istituto professionale del settore servizi sociosanitari. È un curricolo centrato sulle competenze, frutto di un percorso di ricerca triennale e di una riflessione iniziata nel 2007 in seguito all’emanazione delle prime Indicazioni nazionali per la scuola del primo ciclo e del Regolamento recante norme in materia di adempimento dell’obbligo di istruzione, con il quale si è determinata una «transizione dall’impianto curricolare di tipo disciplinare a quello basato sulle competenze e sui risultati di apprendimento».

Il saggio, uscito con il titolo Per un curricolo di lingua e letteratura italiana centrato sulle competenze, è pubblicato in La letteratura in cui viviamo. Saggi e interventi sulle competenze letterarie, a cura di Paolo Giovannetti, Loescher, Torino 2015, pp. 23-49, ed è scaricabile qui.

L’artigianato della lettura e la formazione degli insegnanti

La pratica dell’analisi del testo – che si auspica sia presto sostituita, nelle prove di esame di Stato, da prove di comprensione e di scrittura argomentativa – ha contribuito a formare tanti aspiranti quanto inesperti commentatori, che sono stati così distratti da una più sensata esperienza di lettura. È il momento di tentare altre strade, dotando i docenti presenti e futuri di strumenti concettuali più adeguati ai bisogni della didattica della letteratura.

Qui un breve saggio sull’artigianato della lettura e la formazione degli insegnanti.

Copertina di Esperienze pastorali di don Lorenzo Milani, Lef, 1958

Il lavoro pastorale: don Milani a Kansas City

Qualche tempo fa Vanessa Roghi ha avuto l’idea di fare a Grosseto un’iniziativa sulle Esperienze pastorali di don Milani. D’altronde – ci siamo detti – sono trascorsi 50 anni dalla sua morte, sono usciti i due volumi delle sue opere, e poi il suo lavoro non ci è mai sembrato così attuale e ricco di significati per chi oggi si occupa di educazione. E poi, ha detto Vanessa, sono trascorsi 60 dalla pubblicazione del Lavoro culturale di Luciano Bianciardi, facciamo parte del collettivo Bianciardi 2022, non possiamo creare un cortorcircuito tra questi due capolavori della nostra storia repubblicana? Sì, possiamo.
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Sull’ultimo romanzo di Teresa Ciabatti

Mi hanno molto impressionato, lo ammetto, le reazioni scomposte di alcuni critici e giornalisti di fronte all’uscita (e forse, chissà, alla lettura, ma a volte nutro dei dubbi sul fatto che chi scrive di libri abbia la pazienza di leggerli) dell’ultimo libro di Teresa Ciabatti, La più amata. Io l’ho letto perché mi era piaciuto il primo libro, Adelmo, torna da me (e già mi sento una persona brutta, perché sembra che i critici debbano dire che era bruttissimo), perché il libro parla della mia città (dice Vanessa Roghi che dovrebbero farlo leggere nelle scuole, per far capire chi siamo veramente, da dove veniamo) e perché i bulletti del web proprio non li sopporto. Questo è il risultato della mia lettura (su La ricerca online).

Una contro-lettera aperta sul declino dell’italiano a scuola

A me pare poi che questa lettera alimenti una delle numerose narrazioni tossiche che circolano sul mondo della scuola: la storia di una scuola corrotta, che a forza di cambiamenti ha finito per perdere la sua purezza originaria. È una storia che ha fatto la fortuna di tanti autori di romanzi e di pamphlet, ma che ha effetti negativi sulla percezione sociale degli insegnanti, rappresentati come vittime (e quindi mai responsabili, nel bene o nel male) di un sistema che li stritola, o come missionari in un ambiente a loro ostile.

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Che fine ha fatto la «consapevolezza culturale»?

È vedendo gli altri – afferma Giuseppe Mantovani nel suo libro intitolato Intercultura – che “vediamo quanto siamo strani noi stessi”, e quindi “incominciamo a prendere in mano la nostra cultura come qualcosa di cui siamo responsabili”. In questo articolo cerco di mettere in evidenza lo strano destino di una delle competenze ritenute fondamentali dall’Unione Europea.
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