Una gita a Napoli (ancora un capitoletto di didattica della letteratura)

La scorsa settimana sono stato invitato a Napoli per parlare dell’insegnamento della lingua e letteratura italiana a scuola e all’università. Mi sono ritrovato in una situazione particolare, con veri e propri professionisti della letteratura (traduttori, critici, ricercatori), persone che trascorrono una parte delle loro giornate sulle opere letterarie e il resto del tempo nelle aule scolastiche e universitarie.
Per il momento ne è venuto fuori un breve resoconto. Con l’auspicio di proseguire la proficua discussione.

Per leggere il resoconto, clicca qui.

Le competenze dell’italiano (ovvero della letteratura a scuola e della formazione degli insegnanti presenti e futuri)

Non riesco ad abituarmi. Svegliarsi in un grande albergo rivestito di moquette è un’esperienza sempre spiacevole. Vuol dire “convegno”, “congresso”, “ministero”… Vuol dire: riusciremo un giorno a trovare metodi e luoghi migliori per ragionare insieme? In attesa di tempi migliori, sono qui ad ascoltare i colleghi del progetto COMPITA. Si parla di insegnamento letterario a scuola e all’università. Si dicono cose interessanti, alcune utili, altre meno. Si insiste sull’esigenza di insegnare la didattica della letteratura italiana. Giusto. Ci si preoccupa delle sorti magnifiche e progressive della letteratura. E questo è meno giusto, perché ci dovremmo preoccupare delle sorti dei bambini e dei ragazzi, soprattutto.
“Sono fermamente convinto – ho scritto un paio di anni fa – che sia più significativo ed efficace lavorare al fine di consolidare la consapevolezza pedagogica dei docenti circa gli strumenti utilizzati e, quindi, introdurre nuovi strumenti, esercizi, attività didattiche, piuttosto che discutere sull’opportunità o meno di studiare un autore, un’opera o un tema piuttosto che un altro” (S. Giusti, Letteratura e competenze: una questione didattica, in Per una letteratura delle competenze, a cura di N. Tonelli, Loescher, Torino 2013, pp. 84-95). La salvezza della letteratura passa attraverso i bambini e i ragazzi che si salveranno grazie alla lettura e alla scrittura.

Grosseto, Kansas City (periferia)

Le piccole città sono posti bastardi, meticci, fondati sulla contaminazione di architetture, di paesaggi urbani, di lingue e di persone. Il posto in cui vivo, Grosseto, al centro di un territorio denominato Maremma, la cui densità abitativa (48 abitanti per chilometro quadrato) è pari alla media mondiale, è una città che – ha scritto Mauro Roghi negli anni Settanta – non ha mai scherzato coi suoi abitanti. Per Carlo Cassola e Luciano Bianciardi – che ha reso famosa la metafora – era Kansas City, la città “aperta ai venti e ai forestieri”. Ma per quest’ultimo poi divenne una città terribilmente seria e triste, come ancora oggi appare.
Per viverci meglio ho provato a raccontarla così.

Dall’Inferno a Kansas City #1
Dall’Inferno a Kansas City #2

Dieci poesie per imparare (a ricordare e non solo)

Durante il giorno della memoria di due anni fa mi venne in mente una poesia di Franco Buffoni tratta dal suo libro Il profilo del rosa. A partire da quella rilettura pensai di scrivere una serie di brevi articoli su alcune poesie che ritenevo, e ritengo ancora oggi, utili. La serie si intitola “Poesie per insegnare”. Di seguito trovate i link ai singoli pezzi.

Una poesia per insegnare #1 Franco Buffoni
Una poesia per insegnare #2 Giovanni Nadiani
Una poesia per insegnare #3 Filippo Gatti
Una poesia per insegnare #4 Tony Harrison
Una poesia per insegnare #5 Valerio Magrelli
Una poesia per insegnare #6 Elisa Biagini
Una poesia per insegnare #7 Claudio Damiani
Una poesia per insegnare #8 Stefano Dal Bianco
Una poesia per insegnare #9 Massimiliano Chiamenti
Una poesia per insegnare #10 Roberta Dapunt

Poesie del tatto

Queste poche (e brevi) poesie sono state scritte tra la fine del 2013 e i primi giorni del 2015. La prima poesia della raccolta ha preso spunto da un aneddoto raccontato da Roman Jakobson che una volta ho letto in un manualetto sulla poesia di Valerio Magrelli: “In Africa, un missionario rimproverava i suoi fedeli perché andavano nudi: ‘E tu?’ ribatterono indicando il suo volto, ‘non sei anche tu nudo in qualche parte?’. ‘Certo, ma questo è il volto’, si giustificò il religioso. Al che gli indigeni risposero: ‘Ma in noi dappertutto è il volto’.”
Anche le altre poesie traggono la loro origine da letture e da concrete esperienze che hanno a che fare con il tatto, definito da Giovan Battista Marino “del vero / fido ministro e padre dei diletti”. Buon diletto a voi. Davvero.

Per leggere o scaricare le poesie: Poesie del tatto

Due conti (pezzi in prosa del signor G.)

Il signor G. amerebbe le parole così come si discorrono, per questo ha scarsa confidenza con le cose. Le cose rivendicano il loro primato sulle parole, sostenute dai discorsi dei linguisti. Ma forse è coi linguisti che ha poca confidenza il signor G., il quale l’altra notte si è sorpreso nell’atto di sognare di una lunga conversazione, assai confidenziale, con una brocca d’acqua.
Lontano dal domandarsi se il recipiente fosse pieno o vuoto, il giorno successivo egli ha scoperto che brocca rima con scocca, e acqua, etimologicamente, con risciacqua.
Adesso potete trovarlo di là nei suoi pensieri che tenta di narrare in versi – una quartina – la storiella di un tale che decide finalmente di lavare l’automobile.

***

La signora P. fa notare al signor G. quanto poco si addica una scrittura piana al suo carattere docilmente scontroso, contorto e irascibile. Poi, mentre il signor G. tenta di baciarla, lascia cadere la domanda, che rotolando travolge il signor G., la sua sedia e annessa scrivania, il vaso di fiori, mettendo infine a repentaglio la vita della signora Ester, suonatrice di pianoforte in pensione.
Se mai avesse un senso pensare che la signora Ester abbandonerebbe mai anche per un solo istante la sua musica.

La scrittura è sempre creativa (un corso per sentirsi meglio)

Qualche tempo fa decisi di smetterla coi corsi di scrittura creativa. Troppi aspiranti scrittori che, anziché fermarsi a leggere e ad ascoltare, avevano un bisogno disperato di essere letti e ascoltati. Troppe aspettative, e troppe frustrazioni. Charles Bukowski in una sua poesia intitolata so you want to be a writer (e così vorresti fare lo scrittore) ha scritto: “se non ti esplode dentro / a dispetto di tutto, / non farlo”, ma “”se devi aspettare che ti esca come un / ruggito, / allora aspetta pazientemente” (traduzione di Simona Viciani). Io non saprei dire come funziona esattamente la creazione letteraria. Credo che avvenga in tanti modi diversi, uno per ogni persona che si accinge a scrivere. Ma credo che Bukowski abbia centrato il cuore del problema. Scrivere è sempre necessario. E se vuoi fare lo scrittore, cioè vivere della tua scrittura e per essa, senza mezze misure, esattamente come un compositore vivrebbe per la sua musica e non potrebbe farne a meno, allora non hai bisogno di “leggerlo a tua moglie / o alla tua ragazza o al tuo ragazzo / o ai tuoi genitori” per avere l’approvazione, per cercare il consenso.
Ma se vuoi scrivere non per fare lo scrittore ma per essere nel mondo grazie alla scrittura, come accade quando scrivi un post per il tuo blog o sul tuo profilo facebook, su twitter. Se vuoi scrivere per agire attraverso la scrittura, come quando scrivi a qualcuno affinché faccia qualcosa per te o con te. Se vuoi scrivere per tenere insieme i pezzi della tua vita. Se vuoi scrivere per pensare in modo esatto. Ecco, in tutti questi casi, tu stai comunque creando, perché la scrittura è sempre invenzione e costruzione di segni e di trame che in quel momento, per quella specifica situazione, sono necessarie. E per creare con consapevolezza, con competenza e, perché no, con gioia, è utile esercitarsi, confrontarsi con gli altri, riflettere e, in sintesi, formarsi.
E così, stimolato anche dalla mia attività di “formatore con la scrittura” in ambito socio-sanitario, ho deciso di tenere di nuovo un corso di scrittura creativa. Inizierà l’8 gennaio con una lezione aperta a tutti e proseguirà ogni giovedì per due mesi, dalle 18.00 alle 22.00, a Grosseto (nella sede dell’associazione L’Altra Città).
Inizierò con un “Omaggio a George Simenon“. Sarà una serata dedicata ad alcuni amici coi quali condivido l’idea che la formazione sia una risorsa fondamentale per la vita quotidiana, una specie di allenamento da fare in gruppo, in un ambiente cordiale, con l’ambizione di sentirsi meglio, nonostante la fatica (e anche grazie ad essa). A Andrea Caldelli, a Marco De Santis, a Francesco e Veronica Gentili, a Fernando e Francesco Quatraro. Insieme stiamo costruendo una palestra. Vogliamo stare meglio.

Renato Fucini, chi era costui?

Dal 2005 faccio parte della giuria del premio letterario Renato Fucini. È un premio giovane, forse, e un po’ anomalo, poiché si occupa esclusivamente di libri di racconti (generalmente reietti) e di sonetti inediti. Il funzionamento è facile: i concorrenti possono partecipare a una delle due sezioni e inviare alla giuria (composta al momento attuale da Natascia Tonelli, Maria Antonietta Grignani, Paolo Di Paolo, Paolo Maccari e dal sottoscritto) o un sonetto inedito o una raccolta di racconti edita nell’ultimo anno. La prima edizione è stata vinta da Valeria Parrella, poi divenuta famosa coi suoi romanzi, la seconda da Marco Lodoli, la terza da Paolo Cognetti (altro autore, come Parrella, di Minumum Fax), la quarta da Elisa Ruotolo (con un bel libro di Nottetempo), la quinta, a pari merito, da Francesca Scotti (Pequod) e da Eugenio Baroncelli (Sellerio, la sesta da Raffaele La Capria. Giovanissimi scrittori, in due casi esordienti, e più o meno vecchi maestri si sono alternati sul palco del Teatro del Ciliegio di Monterotondo. Sabato 13 dicembre sarà la volta di Monica Pareschi, già nota come traduttrice e ora anche autrice dei racconti di “È di vetro quest’aria” (ancora Pequod edizioni, per la seconda volta). Questa è la motivazione della giuria: “per la capacità di mettere in scena, con linguaggio esatto al limite dell’oltranza, il conflitto irrisolto tra il desiderio d’ordine e lo scompiglio esistenziale, tra la pulizia dello sguardo e le insidie del tatto, tra epifania e routine. I racconti di È di vetro quest’aria portano nell’arte narrativa alcuni dei temi e delle soluzioni stilistiche che sono appannaggio delle arti visive e della poesia contemporanea, innovando dall’interno, senza mai tradirne le regole, l’arte del racconto”.
Insieme a lei sarà premiato il vincitore della sezione dedicata al sonetto. E poi faremo un po’ di festa insieme a “Le Romane”, un gruppo di artiste che porterà in scena uno spettacolo di racconti e canzoni. Io sarò lì a cercare di tenere insieme i pezzi, nel tentativo di dare una mano agli amici del Comune e di far passare una serata piacevole ai vincitori e agli spettatori. Con i suoi canti (i sonetti in vernacolo pisano, ma anche poesie in italiano messe in musica da Giacomo Puccini) e con i racconti (“Le veglie di Neri”, soprattutto) Fucini ha reso i mondo contadino della Toscana e della Maremma celebri in Italia, inventando stereotipi che durano da più di cent’anni. Perché noi non dovremmo godere di quei frutti?
Premio Fucini

Sulla pelle degli altri (ma attenti al rinculo)

Questo pomeriggio, insieme al registra Francesco Falaschi e ad alcuni dirigenti dei servizi sociali, mi troverò a un convegno di assistenti sociali a parlare del ruolo della scrittura e, più in generale, della narrazione, nelle professioni socio-sanitarie. Da qualche tempo ho pronto nel cassetto un “manuale di sopravvivenza per assistenti sociali” intitolato Aiutanti di mestiere. Un prontuario per difendersi dagli stereotipi, per esercitare un controllo maggiore sulla percezione sociale del proprio ruolo e, inoltre, per diventare scrittori più consapevoli e responsabili, perché in ambito socio-sanitario la scrittura ha spesso un valore performativo. Scrivere una cartella clinica, una relazione o anche un progetto è sempre un’azione che ha conseguenze pratiche sulla vita di altre persone e, poi, inevitabilmente, su quella di chi scrive.
Wim Wenders ha spiegato questo fenomeno in un suo libro di fotografie e poesie (Una volta, edizioni Socrates, Roma 1993).

“Quello del fotografare è un atto nel tempo,
nel quale qualcosa viene strappato al suo momento
e trasferito in una diversa forma di continuità.
Si pensa sempre
Che ciò che viene strappato al tempo
Si trovi davanti alla macchina fotografica.
Ma non è del tutto vero.
Fotografare è infatti
un atto bidirezionale:
in avanti
e all’indietro.”

Foto di Wim Wenders tratta da "Una volta" (Edizioni Socrates)
Foto di Wim Wenders tratta da “Una volta” (Edizioni Socrates)

Il posto giusto per chi?

Anche quest’anno i docenti di scuola media dovranno stilare per ogni alunno un “consiglio orientativo” che aiuti lui e la famiglia nella scelta del suo futuro. Una pratica obsoleta, in contrasto con le Linee Guida ministeriali, che sarebbe ora di abbandonare.

La sua abolizione, oltre che rappresentare un passo avanti nella costruzione di un sistema dell’istruzione democratico, in quest’epoca di riduzione degli investimenti e di costosa e inutile resistenza al cambiamento, sarebbe un gradito quanto inatteso segnale di rispetto per l’intelligenza umana.

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Non sai che parole / e resti parlato