Il maestro è nell’anima

“Ho l’impressione che la vita di Domenico De Robertis – la sua filologia – fosse costellata di tante comunità di persone e di tanti luoghi resi significativi dalla presenza – più o meno esplicita – delle opere della tradizione letteraria, le quali hanno svolto così una funzione sociale davvero straordinaria. Per noi allievi, in questo senso, ricevere il titolo della tesi significava, allo stesso tempo, divenire i custodi di un’opera della tradizione, i suoi fiduciari, e avere in dote un patrimonio di relazioni da coltivare, di luoghi da visitare, spesso da frequentare per lunghi mesi, per anni. Ho impiegato molto tempo a capirlo, ma quando Domenico De Robertis mi ha affidato, a me ventiduenne, lo studio della formazione del libro dei Trucioli di Camillo Sbarbaro affinché elaborassi la mia tesi di laurea, mi ha consegnato – implicitamente – uno spazio geografico e umano precisi, fatti di biblioteche e archivi da esplorare, di persone da conoscere e con cui costruire rapporti, alleanze, collaborazioni. Mi ha consegnato uno strumento che avrei potuto usare per dare un senso almeno a una parte della mia vita.”

Tratto da S. Giusti, Domenico De Robertis e Ungaretti: le occasioni della filologia in Ricordo di Domenico De Robertis, p. 159.

 

Io direi stare, essere, stare

Ho cominciato dalla cartella “Libri, articoli e varie” e ho iniziato a mettere sul menu a sinistra i link di alcuni libri. Poi mi è venuto in mente che avrei dovuto dare rilievo al mio “luogo cordiale”, l’associazione L’Altra Città, e ho creato una pagina sul mio rapporto con questa “istituzione”. Prima ancora avevo deciso di pubblicare un articolo uscito su “La ricerca online”, la rivista con cui collaboro stabilmente. Si tratta di una riflessione sul mio lavoro di scrittura e sul rapporto con la letteratura e si intitola La letteratura come esperienza sociale (lo trovate stabilmente collocato in alto a destra).

Poi, mentre cercavo sul web il mio libro di poesie intitolato Leggenda e altri discorsi mi è venuto in mente che l’editore Mobydick di Faenza ha chiuso i battenti proprio in questi mesi, in seguito all’improvvisa scomparsa dell’amico Guido Leotta, fondatore e principale animatore di quelle edizioni. Il mio libro più importante, quello che più mi rappresenta, è finito quindi in un limbo. Forse è un bene, chissà. Ora sto scrivendo cose nuove, le vecchie le riserviamo ai topi di biblioteca. Intanto io ho chiarito a me stesso che questo libro – scritto e riscritto nell’arco di vent’anni – è una tappa fondamentale della mia personale esperienza.

Ne riporto la poesia conclusiva e rinvio i curiosi alla lettura di un articolo di Riccardo Donati.

 

DISCORSO n. 20

Non scrivo da dieci anni, quasi undici ormai.

 

Il resto è dire, argomentare, interagire e divenire:

“passami quel libro, l’ha scritto il Giusti”

(il vescovo, il direttore, il letterato e l’attore).

 

Io dico incidere la cera, il tocco del metallo con la punta

versare l’acido che segna

“costruzione di me, di noi nel mondo”.

 

Io direi stare, essere, stare.

gomitolo

Ecco fatto

Ci sono. Dopo un periodo di grande fatica e iperattività ho deciso di concedermi un po’ di tempo per riflettere sulle cose fatte e rimetterle in ordine. Libri, articoli, poesie, progetti, ricerche, audiolibri, learning object… voglio mettere un po’ di ordine in tutto ciò che produco da solo o insieme ai miei amici e colleghi. È un modo come un altro per rendersi leggibili: agli altri e a sé stessi.

Buona lettura (o rilettura) a me stesso e a tutti voi.

Non sai che parole / e resti parlato