Il racconto dello sguardo acceso

Una recensione a Franco Buffoni, Il racconto dello sguardo acceso, Milano, Marcos y Marcos, 2016 (da «L’immaginazione», n. 298, marzo-aprile 2017, pp. 57-58).

L’opera di Franco Buffoni, a quanto risulta dal sito internet dell’autore, è articolata in almeno tre aree distinte: la poesia, la traduzione e la “narrativa e saggistica”. In quest’ultima categoria trova la sua collocazione Il racconto dello sguardo acceso, che si presenta come una raccolta di quattordici “racconti” (così recita l’indice, e così risulta dai titoli in testa a ciascun pezzo: “1 – Il racconto dello sguardo acceso”, “2 Il racconto del sesso e dei mali”, “3 – Il racconto della poesia”, “4 – Il racconto della traduzione”, eccetera, ma che in realtà si legge come una raccolta di prose brevi, pezzi in prosa, Prosastüke, frammenti, bozzetti, a tratti veri e propri poèmes en prose. Quello del racconto, insomma, altro non è che un principio regolatore, una sorta di stratagemma usato dall’autore per dare una forma – raggruppandoli di volta in volta sotto un tema narrativo – ai pezzi sparsi di un diario in pubblico che ripercorre in lungo e in largo la storia di una vita, all’apparenza senza uno scopo preciso (ed è una novità rispetto alla prosa saggistico-narrativa fin qui prodotta), girovagando da un argomento all’altro, di luogo in luogo, da persona a persona.
A volte sono prose che conducono alle poesie, secondo un percorso all’apparenza inverso a quello di Del maestro in bottega, ma a esso simile: la scrittura saggistica e narrativa che rimane intorno al testo, il testo in prosa che accompagna il lettore sulla soglia del testo poetico (è il caso del pezzo Marcel e Albertine, contenuto nel Racconto del tomboy, di Lotta continua o perpetua?, Les silhouettes e altri).
Sembra che l’autore ci voglia ricordare, in questo modo, spostando continuamente i confini tra i generi e le forme, rimescolando sempre le carte in tavola, che la sua scrittura è essenzialmente una scrittura di confine, cangiante, sempre pronta a cambiare le regole e a rinegoziare con chi legge il suo statuto. Quella sezione del suo sito denominata “narrativa e saggistica”, insomma, potrebbe ancora cambiare nome, oppure semplicemente espandersi per fare spazio a testi sempre diversi, capaci con la loro peculiare forma di modificare i contorni del contenitore.
Certo in questo modo l’autore potrebbe alienarsi i favori di un pubblico poco avvertito – e d’altronde il libro è infarcito di citazioni colte, di altri poeti, di riferimenti a fatti privati e pubblici non sempre noti ai più – ma non per questo rischia di essere snob o elitario, anzi, al contrario, sembra voler contribuire a rendere accessibili, attraverso il pretesto della prima persona, informazioni e punti di vista altrimenti poco raggiungibili a chi non sappia e voglia dedicarsi allo studio della storia della società contemporanea. Tutto è detto con grande semplicità, in modo diretto, comprensibile a chi abbia semplicemente voglia di capire e disponga di un collegamento a Internet. L’interesse di chi legge per la vita e per le idee di chi scrive deve essere la molla che spinge ad andare avanti nella lettura, conducendo gradualmente alla scoperta di prospettive nuove sulla situazione e sulla storia politica italiana ed europea, sulla cultura contemporanea e, perché no, sul senso della vita.
Si legga, come esempio di questo modo di procedere, La mia brughiera, da Il racconto della politica:

La mia brughiera è quella che da Gallarate si estende al Ticino e include Malpensa: ho imparato a nuotare tra Sesto Calende e Castelletto, nel punto dove il Lago Maggiore ridiventa fiume. Nessuno di noi pensava allora di essere in Piemonte, ma anche oggi è difficile che qualcuno pensi di essere in Piemonte tra Arona e Stresa.
Il territorio e il dialetto sono quelli dell’antico Ducato di Milano: siamo molto più in Lombardia lì che a Mantova, a Sirmione, o persino a Brescia.
Le acque di Milano scendono dal Monte Rosa attraverso il Toce… coi marmi di Candoglia per il Duomo. Da Macugnaga e dal Passo del Sempione si giunge a Milano, non a Torino.
Eppure la ASL di Arona non può collaborare con la ASL di Angera, che le sta di fronte, perché vigono legislazioni diverse, in quanto – con sprechi di tempo e denaro infiniti – la regione Piemonte e la regione Lombardia hanno legiferato ciascuna per proprio conto e diversamente sulle stesse materie.

Dalla quotidianità si trascorre alla storia del territorio, per poi tornare al presente con uno sguardo critico e leggere la geografia con uno sguardo politico. Questa è la capacità fondamentale del prosatore Buffoni: creare collegamenti, inventare legami, costruire ponti in grado di tenere insieme personale e politico, io e noi, presente e passato. Un fatto accaduto anni prima – per esempio, la scoperta che in alcune vie di Roma la numerazione è circolare – conduce a ragionare sull’uso irrazionale e inutilmente complicato della numerazione dei binari in alcune stazioni ferroviarie, e alla fine dà vita a un discreto elogio della semplicità. Da una frase sentita (“ti faccio fare la fine di Pasolini”) nasce un racconto autobiografico, e poi un ragionamento, su Pasolini e, infine, sulla necessità di dismettere alcuni vizi linguistici che nascondono una visione quantomeno limitata dei rapporti umani (all’espressione “delitto omosessuale” si dovrebbe sostituire “delitto omofobico”).
È grazie a questi continui e repentini spostamenti che il lettore si trova, alla fine, avvinto al libro, e costretto di volta in volta a confrontare la propria esperienza con quella dell’autore, e a ripercorrere quasi senza accorgersene il filo dei ragionamenti di un uomo che potremmo definire semplicemente libero, che non ha bisogno di chiedere il permesso prima di esprimere le proprie opinioni, né di avere il conforto dell’appartenenza a un determinato genere letterario. Non è una lezione da poco, nell’era del populismo e della comunicazione narrativa.

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