Difendere la scuola banalizzando la ricerca?

La tendenza a ricorrere alla provocazione nel dibattito sulla scuola sembra oggi sempre più frequente. Di fronte a lavori di ricerca che interrogano pratiche consolidate, il confronto argomentato viene talvolta sostituito da una retorica semplificante, che costruisce bersagli caricaturali per difendere identità percepite come minacciate. È in questo quadro che si colloca una recensione al libro La fabbrica dei voti di Cristiano Corsini uscita di recente sul blog “La letteratura e noi”: non come esercizio di critica, ma come sintomo di una difficoltà più ampia ad accettare che anche la scuola, e i suoi dispositivi più familiari, possano essere oggetto di analisi rigorosa.

La recensione di La fabbrica dei voti di Cristiano Corsini sembra muoversi come se la critica alla valutazione numerica fosse un gesto recente, ideologico o provocatorio, importato nella scuola da una pedagogia astratta e ostile alla pratica docente. È proprio questa impostazione a risultare problematica, perché oscura una tradizione di riflessione lunga e articolata che nasce all’interno della didattica della letteratura stessa.

La didattica della letteratura, infatti, non è né una semplice applicazione di modelli pedagogici generali né una difesa identitaria del sapere disciplinare: è un campo di ricerca che assume come proprio oggetto l’esperienza concreta dell’incontro tra studenti e testi, e che proprio per questo ha dovuto interrogarsi precocemente sul senso, sui limiti e sulle forme della valutazione. Ridurre questo interrogarsi a una polemica “contro i voti” significa fraintendere il problema alla radice.

In questo quadro, la posizione di Guido Armellini è particolarmente istruttiva. Armellini chiarisce innanzitutto un punto che nella recensione sembra rimosso: la valutazione è necessaria. La sua assenza non rappresenta una forma di rispetto o di libertà, ma una vera e propria rinuncia alla relazione educativa, «una grave forma di squalifica nei confronti della persona che entra in relazione con noi», come se l’insegnante dichiarasse di non vedere, né riconoscere, ciò che lo studente fa ed è, in questa prospettiva, è prima di tutto un atto di riconoscimento.

Proprio perché necessaria, però, la valutazione non può essere concepita come procedura neutra, oggettiva o totalmente controllabile. Armellini insiste sul carattere inevitabilmente soggettivo, interpretativo e situato del giudizio valutativo, soprattutto dopo la crisi del paradigma cognitivista e l’emergere dei paradigmi della complessità: la pretesa di un controllo totale sulle variabili dell’apprendimento, oltre ad apparire irrealistica, è epistemologicamente infondata. Da qui deriva la sua critica all’“ossessione della valutazione”, cioè alla proliferazione ipertrofica di griglie, indicatori e strumenti docimologici che finiscono per sostituire la relazione educativa con una burocrazia del giudizio.

È in questo contesto che Armellini propone una concezione dialogica e intersoggettiva della valutazione dell’insegnamento letterario; valutare significa interpretare processi, ascoltare storie cognitive, costruire senso insieme agli studenti, non misurare prestazioni isolate. Non a caso, è proprio lui a introdurre in modo esplicito nella didattica della letteratura il problema teorico della valutazione, collegandolo a una concezione ermeneutica dell’educazione letteraria rimasta a lungo ai margini del dibattito.

Alla luce di questa tradizione, appare evidente il limite della recensione: banalizzare il lavoro di Corsini significa ignorare che molte delle sue tesi sono già patrimonio consolidato anche della riflessione sulla didattica della letteratura, oltre che, ovviamente, di un ultracinquantennale lavoro di ricerca nell’ambito della didattica generale e della pedagogia. La critica ai voti non nasce come attacco alla scuola o ai docenti, ma come critica alla pretesa di trasparenza, neutralità e controllo che ha progressivamente deformato il senso della valutazione.

Qui si innesta anche la questione, più generale, del bisogno di difesa che sembra animare recensioni di questo tipo. Ciò che viene difeso non è tanto la scuola reale, né la complessità delle pratiche didattiche, quanto uno statuto disciplinare percepito come minacciato; l’idea che interrogare la valutazione significhi mettere in discussione l’autonomia della disciplina o l’autorità dell’insegnante. Ma la didattica della letteratura nasce proprio per sottrarsi a questa alternativa improduttiva tra chiusura difensiva e subordinazione a modelli esterni.

Rifiutare il confronto con la pedagogia critica sulla valutazione non protegge la complessità della letteratura: la sottrae alla discussione. Al contrario, assumere la valutazione come problema teorico significa riconoscere che l’insegnamento letterario, proprio perché interpretativo, storico e dialogico, ha bisogno di strumenti valutativi pensati, dichiarati e negoziati, non naturalizzati.

Se perfino la riflessione sulla valutazione viene liquidata come provocazione, dobbiamo riflettere su perché sia così difficile accettare che anche i dispositivi più consolidati dell’insegnamento siano oggetto legittimo di interrogazione critica. La didattica della letteratura nasce precisamente da questa esigenza: non difendere pratiche per consuetudine, ma renderle pensabili.

In questo senso, la recensione finisce per fare esattamente ciò che rimprovera al libro di Cristiano Corsini: semplifica. Semplifica un lavoro di ricerca riducendolo a slogan; semplifica il dibattito trasformandolo in contrapposizione; semplifica la scuola immaginandola come un campo da difendere, invece che come uno spazio da comprendere e trasformare.

Difendere la letteratura, oggi, non significa sottrarla alla riflessione pedagogica, ma assumere fino in fondo la responsabilità dei suoi effetti formativi, compresa la valutazione. Quando questo passaggio viene rimosso, la polemica prende il posto del pensiero. E non è la pedagogia a perdere legittimità, ma il discorso critico sulla scuola nel suo insieme.

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