{"id":576,"date":"2018-07-30T17:10:21","date_gmt":"2018-07-30T15:10:21","guid":{"rendered":"http:\/\/www.simonegiusti.eu\/wordpress\/?p=576"},"modified":"2018-07-30T17:13:55","modified_gmt":"2018-07-30T15:13:55","slug":"la-vergogna-dellitalia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.simonegiusti.eu\/wordpress\/la-vergogna-dellitalia\/","title":{"rendered":"La vergogna dell&#8217;Italia"},"content":{"rendered":"<p class=\"p1\"><span class=\"s1\">\u00c8 successo un paio di giorni prima delle ultime elezioni regionali. Io al bar vado per leggere il giornale locale, per fare rifornimento di acqua\u00a0\u2013 perch\u00e9 devo bere spesso e invece regolarmente me ne dimentico \u2013 e per prendere un caff\u00e8. Due clienti in piedi sulla soglia discutono animatamente, ma si capisce subito che la pensano allo stesso modo. Gli stranieri, dicono, gli immigrati, che ci rubano i soldi e il lavoro, sono la vergogna dell\u2019Italia.<br \/>\n<\/span><!--more-->Non ricordo il resto. Non mi andava di stare attento, di seguire, diciamo, il ragionamento. Ho sempre paura delle mie reazioni, in questi casi, e allora sono tornato in ufficio con la sensazione di aver assistito a uno spettacolo misero ma di successo, che in quello stesso momento si stava dando in replica in chiss\u00e0 quanti locali della penisola: decine, centinaia, forse migliaia. E non \u00e8 solo una questione elettorale. \u00c8 una campagna permanente di odio, fatta di parole rilanciate dalla tv e dalla radio, dai giornali, e poi rimasticate quotidianamente dalle chiacchiere in famiglia, tra amici e anche tra sconosciuti, sui social o sull\u2019autobus, ugualmente disincarnati e irresponsabili gli interlocutori.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p class=\"p1\">La puzza di questi discorsi si sente dalla luna. Riesce addirittura a coprire l\u2019odore di morte che ogni tanto risale dal canale di Sicilia. Non \u00e8 possibile parlare dell\u2019Italia senza cominciare da qui, da questo grottesco e odioso rigurgito razzista. \u00c8 una merda che va spalata via, sporcandosi le mani se necessario, a viso aperto, senza nascondere l\u2019odio che solo il razzista riesce a suscitarmi.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"s1\">E allora provo a leggere una poesia che fin dalla sua forma dovrebbe mettere il razzista di merda sul chi vive. Attenti! Dice il razzista. Qui c\u2019\u00e8 qualcosa che non va. Il poeta, poveretto, ci prende per il culo. Chi si crede di essere, il poeta!<\/span><\/p>\n<p class=\"p1\"><em><span class=\"s1\">al bicicleti mezi inriznidi dal badanti<br \/>\n<\/span>parchigedi int e\u2019 perch la zobia dopmezd\u00e8<\/em><\/p>\n<p class=\"p1\"><em><span class=\"s1\">vamp\u00e8 d\u2019musica maghrebina<br \/>\n<\/span>da talafunin patachet<\/em><\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"s1\">le biciclette mezze arrugginite delle badanti<br \/>\n<\/span>parcheggiate nel parco il gioved\u00ec pomeriggio<\/p>\n<p class=\"p2\">folate di musica maghrebina<br \/>\nda cellulari sboroncelli<\/p>\n<p class=\"p2\">Osserviamola: sono quattro versi, due coppie, moltiplicati per due. Faccia a faccia, praticamente allo specchio. Testo a fronte, si chiama. Si utilizza per i poeti stranieri che vengono tradotti in italiano, e anche per i poeti che scrivono in dialetto, la loro madrelingua, e poi si autotraducono in italiano.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"s1\">Basta poco, uno sguardo, e la poesia non \u00e8 pi\u00f9 un\u2019entit\u00e0 unica e irripetibile, eterea, fuori dal tempo e dallo spazio. No, diavolo! La poesia, cos\u00ec rappresentata, appare da subito multipla, e concreta. Un messaggio che ha bisogno di essere tradotto, che si muove da una lingua a un\u2019altra, di persona in persona. Altro che Poesia. Una poesia, una specie di haiku, alla maniera giapponese, due frasi che scivolano una accanto all\u2019altra. Un\u2019immagine, quasi una fotografia: le biciclette arrugginite parcheggiate. Una musica ovattata e distorta. Il romagnolo a sinistra, l\u2019italiano a destra. Suoni secchi, rapidi, schioccanti, a sinistra, pi\u00f9 morbidi a destra. Due in uno, uno che si fa due. Uno e molteplice.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"s1\">Andrea Aldrighetti, un poeta di Verona, mi raccontava un paio d\u2019anni fa che i leghisti lo invitavano a suonare alle feste di paese, alle sagre. Vedevano il nome del gruppo \u2013 <i>Le fughe de le matonele<\/i> \u2013 e pensavano: ecco, questi s\u00ec che sono dei veri veneti, padani autentici, che parlano e scrivono e cantano in dialetto. \u201cVoialtri s\u00ec bravi!\u201d, pensavano, naturalmente in dialetto. Perch\u00e9 c\u2019\u00e8 qualcuno, in Italia, pensa che il dialetto sia una raffigurazione della chiusura di un piccolo mondo all\u2019esterno. Una specie di confine. E di nido. Invece per i molti poeti che si definiscono \u201cneodialettali\u201d l\u2019uso della loro madrelingua \u00e8 un segno di coraggio. Il coraggio di presentarsi divisi, scissi, irrequieti, presenti contemporaneamente in pi\u00f9 luoghi (a Verona e in Italia) e in anche pi\u00f9 epoche (ora e nell\u2019infanzia).<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"s1\">E per\u00f2, scrivere in veronese come Andrea Aldrighetti, o in romagnolo come Giovanni Nadiani, non vuol dire assecondare le tentazioni della nostalgia, quanto, semmai, constatare e accettare che oggi il mondo \u00e8 impurit\u00e0, incrocio, meticciamento. <i>M\u00e9tissage<\/i> si direbbe tra persone raffinate, che conoscono il francese e hanno letto i saggi degli intellettuali caraibici della Martinica. Che se ne intendono, loro, di incroci.<\/span><\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"s1\">L\u2019ultima volta che ho incontrato Giovanni Nadiani, nell\u2019autunno del 2013, siamo andati insieme da <i>Romagna souvenir<\/i> a Forl\u00ec, per vedere da vicino come s\u2019inventa una tradizione per abbindolare il turista. E visto che noi italiani siamo tutti un po\u2019 turisti, di quei turisti superficiali che prediligono le citt\u00e0 d\u2019arte, dove non c\u2019\u00e8 bisogno di incontrare nessuno perch\u00e9 nessuno le abita, i souvenir \u2013 che dalle mie parti in Maremma sarebbero dei piccoli butteri a cavallo o le magliette col cinghiale \u2013 servono a rendere i luoghi pi\u00f9 rassicuranti anche per chi li abita. Pi\u00f9 brutti, certo, ma pi\u00f9 sicuri. Come le ronde dei cittadini che pattugliano le strade. Come le rotatorie che ingombrano le citt\u00e0.<\/span><\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"s1\">Le rotatorie \u2013 mi ha spiegato una volta Aluisi Tosolini, un friulano che vive a Parma e che anche per questo ne sa parecchio di intercultura \u2013 sono nemiche dell\u2019incrocio. E dell\u2019incontro. Nelle rotatorie ci si guarda di traverso, di sguincio, con la coda dell\u2019occhio. Mai uno sguardo diretto, faccia a faccia. E si scivola via sulla strada fianco a fianco, certo, ma senza mai andare a sbattere l\u2019uno contro l\u2019altro.<\/span><\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"s1\">Conosco Giovanni Nadiani da pi\u00f9 di vent\u2019anni. Leggo le sue poesie, i suoi saggi, le sue traduzioni. Mai trovata una rotatoria. Mai incontrata una ronda o un vigilante. Conoscere la sua Romagna, non quella della tv e dei souvenir, ma quella dei fossi, degli affetti e delle barzellette nei bar, \u00e8 stato per me, grazie a Zvan Nadiani il disvelatore, un viaggio nell\u2019autenticit\u00e0. Gradualmente, e attraverso la fatica dell\u2019incontro con l\u2019alterit\u00e0 della sua lingua e del suo luogo ormai distrutto, divenuto non luogo, <i>invel<\/i>, mi ha portato a una diversa conoscenza di me, di noi, dei nostri spazi e di ci\u00f2 che ci resta per sentirci ancora veri, concreti.<\/span><\/p>\n<p class=\"p1\"><span class=\"s1\">Una volta, per mio piacere, ho tradotto una sua poesia dal romagnolo al <i>mio <\/i>italiano. Che, necessariamente, \u00e8 diverso dal <i>suo<\/i>. Si intitola <i>dmenga<\/i>, <i>domenica.<\/i> Io l\u2019ho assimilata cos\u00ec:<\/span><\/p>\n<p class=\"p3\"><span class=\"s1\">ci sono si sono visti<br \/>\n<\/span>sono tornati a casa?<\/p>\n<p class=\"p3\">esser l\u00e0 per chi arriva<br \/>\naspettare finch\u00e9 faccia buio\u2026<\/p>\n<p class=\"p3\">(fa male la schiena<br \/>\na forza di star qui impalati<br \/>\na far cenno a uno che non viene)<\/p>\n<p class=\"p3\">se gli altri non ci sono<br \/>\nnoi siamo nessuno<br \/>\nse ci siamo per tutti<br \/>\nci consumiamo come<br \/>\nesser stati mai<br \/>\nessere in ci\u00f2 che non siamo<br \/>\nin ci\u00f2 che gli altri sono\u2026<\/p>\n<p class=\"p3\">(Tratto da S. Giusti, <em>Cambio verso. La poesia che serve a sopportare l&#8217;Italia<\/em>, Effequ 2016)<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u00c8 successo un paio di giorni prima delle ultime elezioni regionali. 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